A Fior di Pelle by Ciro Troise: la sensazione dell’artigianato

Il suo è un laboratorio di pelletteria al pubblico, tra i pochi rimasti in Italia. Qui è possibile trovare e sentire, nei suoi prodotti, la qualità delle cose fatte “come una volta”.

Entrare nella sua bottega si rivela anche un’occasione per avere riscontri inediti sulle nuove prospettive del lusso, sulle risposte alle controtendenze e ad una diversa concezione del Made in Italy.

In un mercato in cui a predominare sono la grande distribuzione e gli imperativi della fast fashion, quali sono le problematiche con cui il lavoro dell’artigiano deve scontrarsi?

Il martellamento continuo da internet, la pubblicità tradizionale e la globalizzazione hanno sicuramente inciso negativamente.

La massa segue quel fluido continuo del “tutto uguale” ma allo stesso modo, negli anni, è divenuta sempre più esigente: molti entrano in negozio e vorrebbero trovare gli stessi articoli che hanno visto sui giornali, privi di imperfezioni o pieghe, che sono poi il segno distintivo del lavoro fatto a mano e dunque della qualità che la grande distribuzione non è in grado di garantire.

C’è chi poi vuole distinguersi e punta più sull’artigianato, perché alla ricerca di prodotti di qualità e personalizzabili, che durino nel tempo.

Prima, era il contrario: era la massa che, per ristrettezza economica, chiedeva all’artigiano di realizzare oggetti resistenti che durassero il più a lungo possibile. Chi aveva i soldi preferiva mostrare il proprio status symbol attraverso l’acquisto ripetuto e continuo di prodotti sì di lusso ma standardizzati.

Per fortuna, c’è una controtendenza in atto: la massa si disperde nell’acquisto ripetuto di prodotti diversi e preconfezionati, mentre il lusso sta nel farsi realizzare un prodotto su misura, personalizzato, che perduri nel tempo e nella vita.

Il suo atelier è collocato in via Bertola, nel pieno centro di Rimini. Una situazione privilegiata per osservare in maniera diretta la percezione del prodotto Made in Italy sul pubblico, sia locale che estero.

Quali sono le sue impressioni al riguardo?

Il concetto di Made in Italy dovrebbe essere quello di un manufatto realizzato con le mani, con il pensiero della testa e con la passione del cuore. Dovrebbe essere sinonimo di qualità ma negli anni questa definizione è stata abusata: soprattutto per gli stranieri, il Made in Italy corrisponde alla firma, non all’artigiano che sta in bottega. Di conseguenza questo valore non viene compreso a fondo.

Qualsiasi turista sa che in Italia c’è la bottega artigianale, imparandolo dalla tradizione di Firenze, quando era davvero la Firenze degli artigiani. Ma oggigiorno, per molti, entrare in una bottega è come entrare in un negozio qualsiasi.

Non ci si sofferma ad osservare il particolare, a toccare il pellame. Il Made in Italy dovrebbe essere un prodotto artigianale ma per il pubblico non è più così.

Qualità per lei significa soprattutto scelta dei materiali. Come ne gestisce l’approvvigionamento?

In Italia siamo abbastanza fortunati: soprattutto nelle zone del centro, c’è una grossa fetta di fabbricanti che producono accessori per pelletteria e si può contare su molte concerie sparse sul territorio.

Io parto sempre dall’idea che la qualità fa il prezzo e uso prodotti italiani anche se costano di più: scegliere pellami pienofiore, guarnizioni italiane e non estere e prodotti di concia italiana fa sicuramente la differenza se si vuole promuovere il Made in Italy. Altrimenti, basta aprire internet e farsi inviare dalla Cina grossi quantitativi a prezzi stracciati, ma così ci perdo la faccia.

Rischierei di usare materie prime scadenti, avere in laboratorio scorte inutili e realizzare prodotti facili a rompersi. Io voglio invece che i miei prodotti siano garantiti a vita.

Si sono visti virare i trend verso orizzonti più animal-friendly, soprattutto con la moda vegan. Ha pensato di utilizzare materiali innovativi o alternativi al cuoio?

Negli anni ho sempre proposto materiali innovativi, come quelli sintetici ottenuti dal riciclo di fibre non animali ma vegetali. Li ho sempre usati quando ne avevo la possibilità. Il problema è che ogni materiale ha consistenza, pesi ed elasticità diverse: una fibra sintetica è più elastica ma meno resistente del cuoio.

In quanto artigiano della pelle, preferisco usare materiali che durino nel tempo. Le fibre sintetiche vengono concepite dalla grossa distribuzione per non superare i 14-15 mesi di vita: usando materiali più scadenti, si può programmare un consumo più veloce dei prodotti e quindi un guadagno maggiore per le aziende, poiché questi prodotti verranno rimpiazzati da altri nell’arco di qualche mese.

I prodotti hanno un’obsolescenza programmata in base ai cambi di modellistica delle aziende, che non superano i quattro o cinque mesi. La pelle invece è fatta per durare nel tempo. In questo modo si limitano gli sprechi e si fa comunque una scelta etica.

Qual è stato il suo percorso di formazione e i motivi che l’hanno spinta a creare la sua attività?

Mi sono avvicinato alla pelletteria grazie alla mia azienda di famiglia, a Napoli, dove produciamo borsetteria e pelletteria. Avevo 12 anni quando ho cominciato a mettere i bottoncini alle guarnizioni! Ho sempre avuto in mente di avere una mia attività artigianale ed essere in grado di realizzare qualsiasi cosa con la pelle.

Il settore della pelletteria, come ogni altro, richiede molta specializzazione; nel mio caso, però, volevo imparare a fare tutto e a farlo bene. Sono partito dalla gavetta da banco per raggiungere piena padronanza delle fasi di taglio, lavorazione e cucito. Però non mi bastava; decisi così di fare il modellista tecnico e apprendere quanti più metodi di lavorazione possibile, che cambiano molto da paese a paese.

Ho dunque viaggiato molto per lavoro, sia in Italia che all’estero (da Napoli a Firenze passando per Milano, per poi approdare in Francia, Germania e Ungheria) ricoprendo diversi ruoli nei reparti di controllo qualità e supervisione del prodotto, fino a diventare capo modellista per grosse aziende.

Con tenacia e sacrificio, ho imparato e studiato con lo scopo di poter realizzare all’interno del mio negozio qualunque idea venga in mente a me o ad un cliente: borsetteria tradizionale o sperimentale, sandali e accessori, complementi d’arredo tradizionali o per barche, sacche da golf.

Il suo è un prodotto artigianale che unisce la tradizione del “fatto a mano” all’innovazione stilistica. Attraverso quali strumenti porta avanti la ricerca delle tendenze per la progettazione dei suoi prodotti?

Navigare su internet e consultare riviste di settore è sicuramente uno strumento importante per avere una panoramica di quelli che sono i trend per l’anno successivo e le evoluzioni delle grandi firme. Ma anche l’osservazione della quotidianità, come spesso insegno, è il miglior modo di costruire qualcosa: per esempio, le persone in transito in una stazione o in giro per la città, con le loro borse, bagagli e accessori rappresentano degli spunti per la progettazione.

Particolarmente utile è studiare la loro postura: quando realizzo un modello, punto di più sulla praticità e sulle occasioni d’uso a cui il prodotto è destinato piuttosto che alla semplice estetica.

Se un cliente richiede un sandalo semplicemente per aggiungerlo a quelli che già possiede, il lavoro è meno entusiasmante. Creare un modello significa far incontrare bellezza estetica e funzionalità tecnica ed è necessario avere passione, pazienza e conoscere il mestiere per realizzarlo.

Che strategie di comunicazione predilige per valorizzare il suo prodotto?

Io credo che la migliore pubblicità sia usare materiali e realizzare prodotti di qualità; il contatto diretto con la clientela è fondamentale per comunicare al meglio questi valori.

Mi piace che la persona venga in negozio, tocchi il pellame, ci si guardi negli occhi. Per me è importante che chi mi richiede un articolo su misura scelga il pellame o le guarnizioni e che le cose vengano fatte “come una volta”.

Ho avuto però riscontri positivi anche affidando la comunicazione social agli esperti: ho ricevuto parecchie visite in negozio di persone incuriosite dalle immagini che venivano postate sulla pagina Facebook. Sia dal vivo che on line, il passaparola è sempre un ottimo strumento di comunicazione.

Deborah Santamaria