Palazzo Pitti: Il museo effimero della moda

L’urgente bellezza degli abiti in mostra a Palazzo Pitti: “Il museo effimero della moda”.

Tra apparizioni mitiche, rarità tessili e pezzi da collezione, a Firenze al Museo della Moda e del Costume fino al 22 ottobre 2017.

Si segue solo apparentemente il filo della libera associazione in “Il museo effimero della moda”, un percorso irripetibile di storia del costume in mostra a Palazzo Pitti dal 13 giugno al 22 ottobre 2017.

Letteralmente irripetibile, poiché gli archivi del Palais Galliera e quelli del Museo della moda e del Costume di Palazzo Pitti concedono per la prima volta al pubblico di ammirare esemplari unici tra abiti d’epoca e firme storiche: Madeleine Vionnet, Paul Poiret, Charles Frederick Worth e altre importanti testimonianze della manifattura inglese e francese dalla fine dell’ Ottocento.

Molti di questi abiti, custoditi gelosamente nei cassetti foderati degli archivi tessili da più di un secolo, sono esposti a Firenze per la prima ed ultima volta. Troppo fragili e delicati per sopravvivere senza sistemi di conservazione costanti, questi abiti vivranno una nuova vita prima di tornare nei loro giacigli di cartacotone, a scongiurare il deperimento causato dal tempo e dagli agenti atmosferici.

Vengono dunque chiamati ad una temporanea rinascita, accanto a stilisti come Margiela, Kawakubo, Valentino, Dolce & Gabbana e i rappresentanti al completo della moda contemporanea.

La mostra è un featuring tra la Fondazione Pitti Discovery Immagine e Olivier Saillard, già curatore di importanti retrospettive come Cristobal Balenciaga, Fashion Collector o Comme des Garçons, White Drama, nonché direttore del Palais Galliera, importante protagonista di questa collaborazione.

Tra gli spazi della Palazzina della Meridiana, che sono stati fino al 2016 la Galleria del Costume – e che sono adesso i luoghi ufficiali del Museo della Moda e del Costume di Firenze – è in corso anche una rinascita espositiva: la curatela di Oliver Saillard sfrutta un approccio performativo per restituire alle sale di Palazzo Pitti un’impronta dinamica e fruibile.

Si ha l’impressione di passeggiare tra le vetrine di un negozio immaginario, in un’estasi che si rinnova sala dopo sala, tra stucchi ipnotici e infiniti soffitti affrescati. L’impostazione illuminotecnica esaspera l’aura dei pezzi storici, come il cappello-scarpa di Elsa Schiaparelli e Salvador Dalì –accessorio simbolo dell’avanguardia nella moda- o le calzature originali della produzione artigianale di Salvatore Ferragamo, audace icona del Made in Italy d’esportazione, o il voluttuoso abito da sposa in tulle Madame Grès del film Qui etes-vous, Polly Magoo? del regista William Klein.

Ogni sala è dedicata a un diverso tema estetico e a un diverso racconto, i cui protagonisti sono costumi d’epoca, esemplari di Haute Couture, chicche griffate o meraviglie tessili di appartenenza non pervenuta.

Procedendo col percorso allestitivo, si incontrano Watanabe, Poiret e Dior nel fondale della sala blu, in cangianti riflessi cerulei, oro e oltremare di abiti da giorno e da sera; si insinuano le sperimentazioni volumetriche di Yohji Yamamoto tra rouche e drappeggi di abiti da passeggio di fine Ottocento, tra i rossi damascati delle pareti e sotto i cristalli dei lampadari; abiti da cocktail Versace e tuniche Issey Miyake sono sospesi in allestimenti aerei, a brillare di argento e di nero, come eleganti vampiri tra luce e oscurità.

La griffe si disperde nel rapimento neoclassico di Palazzo Pitti, tra display che assumono toni via via diversi, passando dal tripudio di colore dei grafismi funnychic di Roberta di Camerino, Pucci e Prada a scenari che inquietano per la carica drammatica della luce, in grado di trasformare gli abiti di Mariano Fortuny in fantasmi.

Attraverso didascalie che usano giochi linguistici come l’antropomorfizzazione dell’abbigliamento, si aprono riflessioni sul corpo e sui codici della bellezza. Gli abiti, che nascondono tra le loro pieghe la storia di chi li ha indossati, vengono indagati usando il filtro della memoria storica e personale.

La mostra è soprattutto l’occasione di riflettere sul valore degli abiti nella nostra vita, e su come forme, colori e tessuti accompagnino lo scandire del tempo: vestendo celebrazioni, come l’abito da sposa di Pia de Brantes, il primo ad uscire dagli atelier di Christian Lacroix, quando la maison non era ancora stata ufficialmente inaugurata; o perpetuando un ricordo attraverso un guardaroba di preziosi abiti Balenciaga e Dior, qui nella sola tonalità del nero per onorare una persona non più presente. E si riflette anche sulla caducità più materiale della moda, quella del deperimento incombente di fibre tessili e della scomparsa di una testimonianza dal passato, a cui la mostra deve il suo fascino più influente.

Ed ecco che, proseguendo con la mostra, le sale di Palazzo Pitti assomigliano a qualcosa a metà tra un obitorio e un museo di scienze naturali, con grossi tavoli su cui giacciono anatomie smembrate di vestiti, fissati con spilli e dispiegati in tutti i loro volumi. Al di là della mera contemplazione dunque, ci si lascia incuriosire dalla realtà degli atelier di restauro, luoghi mitici dove gli abiti vengono restituiti a nuova vita o consegnati al loro destino.

Tra questi, di particolare impatto è l’esposizione di un abito in seta avorio di Madeleine Vionnet, tra le tante concessioni degli archivi del Palais Galliera: la seta sovraccarica estremamente fragile rende impossibile qualsiasi restauro, fatale per i tessuti delicati. Tale condizione obbliga a fruire del vestito esclusivamente disteso in piano, poiché la sua esposizione su manichino ne logorerebbe immediatamente il tessuto nel cedere alla forza di gravità.

Così come per l’abito di Madeleine Vionnet, gran parte degli abiti non sarà più visibile al pubblico, alcuni perché torneranno alla proprietà dei loro collezionisti e delle maison a cui appartengono, altri perchè irrimediabilmente fragili e destinati all’oblio della conservazione.

Sic transit gloria modae

inseguendo una bellezza che urge vedere.

La gallery fotografica completa della mostra “Il museo dell’effimero”

Deborah Santamaria

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